Dalla Brianza alla Silicon Valley: il sogno americano parla anche italiano. Sono sempre di più i giovani che abbandonano il proprio paese in cerca di un’opportunità all’estero, in pochi, però, riescono a trasformare un’esperienza temporanea in un percorso stabile ai massimi livelli. Questo è il caso di Matteo Corbetta, classe 1986, di Mariano Comense, che dieci anni fa ha lasciato l’Italia per cogliere un’occasione niente di meno che alla Nasa.
Gli studi
Dal 2016 a oggi, un percorso fatto di studio e obiettivi ambiziosi, accompagnato da intraprendenza e spirito di sacrificio.
Studi superiori all’istituto Jean Monnet, seguiti da due lauree e un dottorato in ingegneria meccanica al Politecnico di Milano. Nel 2014 il 39enne lascia per la prima volta Mariano Comense per un semestre di ricerca all’estero, necessario per completare il percorso. Corbetta ha puntato subito in alto. Ha raccontato:
«C’era un gruppo di lavoro alla Nasa a San Francisco che faceva lavori nel mio stesso campo. Ho mandato una mail presentando il mio profilo e le pubblicazioni del primo anno di dottorato. Ho fatto il colloquio e mi hanno accettato».
Alla Nasa
Per sei mesi quindi è stato visiting researcher al Nasa Ames Research Center, conclusa l’esperienza e il dottorato nel 2015 il marianese ha fatto un anno di post-doc e nel 2016 aveva già vinto un assegno di ricerca in Danimarca per lavorare sulle turbine eoliche per la Siemens Wind Power. Le cose avevano già iniziato a muoversi in fretta:
«Alla fine del 2017 si è aperta una posizione come research engineer nello stesso gruppo alla Nasa dove avevo lavorato. Mi hanno richiamato chiedendo se volevo unirmi a loro e nel 2018 sono tornato. Da allora sono ancora qua».
La start up sull’Ia
Dopo sei anni di lavoro in uno dei centri di ricerca più ambiti tra gli ingegneri, Corbetta ha da poco scelto di proseguire il suo percorso professionale in una start up sull’intelligenza artificiale. Ha spiegato:
«Ho voluto provare qualcosa di diverso per una scelta personale e anche perché la Nasa è stata impattata in modo importante a causa dei tagli della corrente amministrazione. Sono rimasto comunque nello stesso campo, ricerca e sviluppo nel settore del machine learning per applicazioni industriali».
L’estero come scelta di vita
Dopo un decennio all’estero, l’esperienza e la consapevolezza accumulate permettono di guardare al passato con un occhio critico, soprattutto considerato che inizialmente lasciare l’Italia non era nei piani.
«Prima di fare quell’esperienza non era un mio sogno andare all’estero. Durante il dottorato invece ho avuto la possibilità di viaggiare per ascoltare conferenze e presentare articoli, e quell’aspetto mi ha intrigato. Già dopo i sei mesi alla Nasa avevo capito che volevo fare altre esperienze di lavoro all’estero».
Vivere nella Bay Area
Un elemento di positività che ha inciso è stato anche il clima:
«La Bay Area è una zona bellissima, il clima è perfetto. D’inverno non fa freddo e d’estate non fa caldo, e c’è sempre il sole. Al telegiornale non trasmettono nemmeno le previsioni meteo, ma dicono solo le temperature delle varie città, perché non saprebbero che altro dire».
Lavorare nella Silicon Valley
La Silicon Valley, il centro del mondo tecnologico, è una meta ambiziosa e un punto di arrivo per molti. Per essere quello che è, però, al di là delle idealizzazioni, resta un luogo fondato sul lavoro dove tutto ruota attorno all’avanguardia tecnologica. “Avercela fatta” rientra infatti in un discorso molto più articolato e complesso. Ha sottolienato Corbetta:
«Quando sei in Italia sembra che tutto il resto fuori luccichi. C’è questa convinzione per cui all’estero ti tirano dietro offerte da centinaia di migliaia di dollari sul marciapiede, ma non è così. Essere in un posto fondato sull’innovazione implica avere a disposizione molte più opportunità, ed è questo che secondo me fa la differenza. Però, quando vuoi un certo tipo di lavoro e di titolo, inizi a sentire anche la competizione, devi stare sempre al massimo della forma, mentre in Italia spesso, si tende ad appiattirsi. Già durante i primi sei mesi all’estero durante il dottorato, ho cominciato a capire che dovevo stare sul pezzo».
Dal punto di vista umano inoltre, la stessa zona da sogno può apparire asettica, almeno secondo i canoni italiani:
«A volte manca il contatto umano, il senso di comunità non è molto forte qui. Mi manca un po’ l’Italia per questi aspetti, per la mia famiglia e gli amici che conosco da una vita – ha continuato – Il cibo invece devo dire che è buono, si mangia bene perché c’è gente che arriva da tutto il mondo».
Il costo della vita in California
Le peculiarità relazionali e lavorative si uniscono ad altri aspetti più complicati che accompagnano e strutturano, purtroppo, il racconto epico di chi oggi può vivere in California:
«Proprio perché è quello che è, il costo delle case è assolutamente proibitivo, indipendentemente dal lavoro che si fa. Si sentono storie terribili di persone che dormono in camper perché non possono affittare nulla nella zona in cui lavorano, altri invece diventano senzatetto. A volte si pensa che queste persone lo siano sempre state, ma in realtà prima avevano un lavoro che non pagava molto, lo hanno perso e sono state buttate fuori di casa, finendo a vivere per strada. I prezzi non scendono e tutto costa tantissimo in California, se non hai un lavoro stabile o una famiglia benestante alle spalle, non sopravvivi».
Il clima politico negli Usa
Attualmente il clima politico pesa sulle percezioni generali:
«Penso che questo sia uno dei momenti bui degli Stati Uniti, da sempre paladini della democrazia. Lo stato della California continua a votare il partito democratico e attorno a me è difficile trovare sostenitori di Trump. In generale però, è davvero triste vedere in che direzione stanno andando gli Stati Uniti, spero che questo cambi presto».
Tornare in Italia, comunque, rimane fuori discussione.
«Una carriera accademica adesso, dopo tanti anni fuori dall’università, sarebbe difficile. Tolta questa opportunità, non saprei perché tornare. In Italia non ci sono nuove aziende, quelle che ci sono tendono a chiudere o faticano ad espandersi, proprio per com’è il mercato italiano e per la mancanza di investimenti esteri. Dove mi trovo ora invece tutto succede più in fretta e le opportunità saltano fuori ovunque. Sono contentissimo della scelta che ho fatto, la rifarei e non ho intenzione di tornare a breve. Magari in futuro le priorità cambieranno, però per adesso è un no».
Il messaggio per i giovani
Si respira comunque un forte amore per il proprio paese, nelle speranze con cui chiude l’intervista:
«Spero che l’Italia si rimetta in gioco come uno dei paesi leader mondiali e che torni ad essere uno dei migliori al mondo dal punto di vista economico e sociale. Ai più giovani di me invece dico: mettetevi in gioco per superare i limiti. Non c’è limite a quello che si può imparare. Le capacità le abbiamo, è solo una questione di numeri che ci frenano».