Il racconto

«Il dramma di quella notte e la voglia di mio figlio di tornare alla sua vita»

Elisabetta Galli racconta la tragedia vissuta dal figlio Lorenzo a Crans Montana

«Il dramma di quella notte e la voglia di mio figlio di tornare alla sua vita»

«Quando Lorenzo ha fatto ritorno a casa, l’1 maggio, abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Quattro mesi in ospedale sono stati molto duri, non solo per la lunga degenza, ma soprattutto per la gravità del quadro clinico di mio figlio».

La tragedia di Crans Montana

Elisabetta Galli è la mamma di Lorenzo Riva, 15 anni di Cantù, uno dei giovani che sono riusciti a salvarsi dall’incendio de Le Constellation, il locale di Crans-Montana dove hanno perso la vita 41 giovani di età compresa tra i 14 e i 26 anni, mentre i feriti, alcuni dei quali molto gravi, sono stati 116. Con il marito Francesco e il fratello più piccolo Federico, sono stati accanto a Lorenzo ogni istante successivo a quella notte di Capodanno. Sono stati con lui anche all’inizio di agosto, quando il ragazzo ha voluto tornare al Le Costellation, per rendere omaggio a tutti i suoi amici morti tra le fiamme o per le conseguenze delle ustioni, tra i quali in particolare Sofia Prosperi, la sua amica e compagna di classe all’International School di Fino Mornasco, con la quale quella sera stava festeggiando la fine del 2025 e l’inizio del 2026. Il ritorno a Crans Montana per Lorenzo è stato un po’ come la chiusura di un cerchio, terribile, che quella notte, per la sua mamma, si era aperto con una telefonata.

«Voglio fare una premessa».

Ci dica?

«Racconto questo difficile percorso che stiamo affrontando perché è stato coinvolto un ragazzo della comunità canturina e quest’ultima ci è stata sempre vicino, con una grande sensibilità. Tutto questo ci ha dato un aiuto importante nei momenti più difficili».

Lorenzo era già stato al Le Constellation prima del 31 dicembre del 2025?

«Certamente. Era il locale nel quale si trovava con gli amici della montagna da un paio d’anni. Era considerato un bar e non una discoteca. Per Sofia invece era la prima volta, perché aveva deciso di trascorrere il Capodanno con Lorenzo».

Il dramma di quella notte per lei è iniziato con una telefonata.

«Erano circa le 2 quando mi ha chiamata la mamma di un amico di Lorenzo. Era molto spaventata, gridava che bruciavano il Le Constellation e i ragazzi. Mi chiedeva se sapessi qualche cosa. Ma io ero all’oscuro di tutto».

Nel mentre però ha ricevuto la telefonata di Lorenzo.

«Mi stava chiamando con WhatsApp, come fa sempre. Allora ho interrotto la telefonata precedente per parlare con lui».

Cosa le ha detto?

«Poterlo sentire per me è stato un sospiro di sollievo. Mi ha detto che stava bene, che si trovava al bar di fronte e di venire subito. Così, con mio marito, abbiamo subito raggiunto il locale».

Cosa avete trovato quando siete arrivati?

«Io ricordo ragazzi a terra, tanti che vagavano tra urla di disperazione. Ho nella mente nitida l’immagine di una persona, non so se una ragazza o un ragazzo perché molti non erano riconoscibili, che veniva portata fuori dal locale perché volevano provare a rianimarla. Uno strazio».

Cosa avete fatto allora?

«In quel momento non c’erano mezzi di soccorso sufficienti. Mio figlio era cosciente, ma aveva una ustione grave alla mano. Inoltre non riuscivamo a trovare Sofia. Io e mio marito abbiamo deciso di dividerci: lui sarebbe rimasto lì per cercare Sofia e io avrei portato Lorenzo all’ospedale a Sion, come hanno fatto altri genitori con i propri figli perché le ambulanze non erano sufficienti per tutti».

Quella è stata forse la scelta che ha salvato la vita a suo figlio.

«In apparenza Lorenzo era solo choccato e con una grave ustione alla mano. In realtà, dalla visita che gli hanno fatto in Pronto soccorso, sono risultate subito tracce di inalazioni gravi in gola, tali per cui l’hanno immediatamente intubato e trasportato a Ginevra, in Terapia intensiva. Quelle tracce erano destinate a gonfiarsi e se non fosse stato intubato il prima possibile, non sarebbe stato possibile dopo. Ecco perché portarlo subito in ospedale lo ha salvato».

Quali sono le conseguenze che ha riportato suo figlio?

«Ha ustioni sul 13% del corpo, ma soprattutto i polmoni compromessi dal calore e dal fumo inalato. A cui si è aggiunta una grave polmonite da Acinetobacter. La somma dei fattori ha fatto collassare i suoi polmoni, al punto che, dal Niguarda, dove era stato trasferito il 3 gennaio da Ginevra, è stato trasportato il 13 gennaio al Policlinico di Milano per sottoporsi a Ecmo, l’ossigenazione extracorporea. Il respiratore non bastava e i medici in quel momento ci hanno detto che era l’ultima possibilità».

Cosa ha provato in quei nove giorni di Ecmo?

«Non ho mai pensato che non potesse farcela, ma probabilmente in quel momento ero talmente concentrata su mio figlio, che non ho realizzato l’effettiva gravità della situazione. L’ho compresa dopo».

Quella notte drammatica, suo marito è rimasto a cercare Sofia. Le ha mai raccontato quello che ha visto?

«Non tutto. Per provare a trovarla, tutta la notte ha cercato attorno al locale insieme al padre di Sofia, che nel frattempo lo aveva raggiunto: ragazzi a terra, alcuni feriti, altri gravissimi, altri ancora purtroppo già deceduti. Posso solo immaginare quello che ha provato».

Cosa ricorda Lorenzo di quella notte?

«Tutto. Ricorda che erano al piano inferiore. Stava facendo il video della cerimonia con le fontane pirotecniche sulla bottiglia di champagne. Lui ha visto la prima fiamma. Allora ha spento subito il cellulare, si è rivolto all’amico dicendogli di seguirlo per avviarsi verso l’uscita. Ha raccontato di avere perso del tempo a recuperare la giacca, ma all’inizio non sembrava una situazione grave. Quando è riuscito a uscire il fuoco aveva già attaccato metà locale. Si ricorda di avere fatto le scale, ma il fumo era troppo denso e nero. A quel punto i ricordi si fermano, per tornare quando si è trovato nel bar di fronte, nel momento in cui mi ha chiamato al telefono».

Come è poi proseguita la cura di suo figlio?

«Il 17 febbraio Lorenzo è stato trasferito nuovamente al reparto Grandi ustionati del Niguarda. Da quel momento è andato migliorando, tenendo conto che c’erano sempre due problemi da affrontare: da un lato, come detto, i polmoni. Ma dall’altro anche il peso: mio figlio è arrivato a pesare 38 chilogrammi. Questo determina una situazione molto pericolosa, perché per esempio il cuore fa fatica e gli equilibri sono parecchio fragili. Piano piano però ha messo chili, riducendo nel contempo la quantità di ossigeno somministratogli: solo per stare seduto, nel momento più critico, ne aveva bisogno di 6 litri».

Fino alle dimissioni avete sempre avuto la possibilità di stagli accanto?

«Sì, sempre. Ovviamente con tutte le precauzioni del caso. Io avevo paura persino a tenergli la mano, tanto era fragile. Ma i medici ci sono stati accanto, dandoci le indicazioni corrette».

Quando Lorenzo ha saputo della scomparsa di Sofia?

«Appena si è svegliato, è stata la prima persona della quale ci ha chiesto, domandandoci dove fosse. Noi abbiamo aspettato a febbraio per dirgli cosa era successo, perché la sua situazione era troppo delicata e temevamo potesse peggiore. Nei giorni l’ho preparato al peggio, dicendogli che l’avevano trovata, che era gravissima e che non sapevano se potesse farcela. Ma quando lo ha saputo, è stato un colpo durissimo».

Le ha chiesto anche degli altri ragazzi?

«Sì, all’inizio sì. Poi non ha più voluto sapere nulla. Serve tempo per metabolizzare una simile tragedia».

A settembre Lorenzo potrà riprendere ad andare a scuola?

«Sì, anche perché lui desidera tornare alla sua vita. Dovrà adottare delle precauzioni legate alla sua insufficienza respiratoria, ma tornerà nella sua classe».

Ora cosa chiedete rispetto a quanto successo quella notte di Capodanno?

«Vogliamo che sia fatta luce sulla vicenda. Vogliamo spiegazioni sul perché non siano stati fatti i controlli previsti dalla legge per la sicurezza nel locale. Le responsabilità non sono solo dei proprietari, ma anche degli enti pubblici che dovevano vigilare sul rispetto della normativa. Questi ragazzi devono avere giustizia, perché è necessario che tornino a credere nel sistema nel quale vivono».