«Dobbiamo avere sopra la testa il cielo stellato e di fronte a noi il volto di una persona». È racchiuso in questa immagine, tanto semplice quanto potente, il messaggio lanciato dal sociologo Mauro Magatti, docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, protagonista del secondo appuntamento del Festival del Pensiero. L’appuntamento si inserisce nel percorso culturale promosso nell’ambito del Festival del Pensiero, articolato in quattro incontri dedicati a esplorare le inquietudini, le contraddizioni e le sfide del nostro tempo. Un’iniziativa che vede coinvolte l’associazione Sicura ETS, la BCC Brianza e Laghi e l’associazione Ageo.
“Quale futuro per l’educazione?”
L’incontro, dal titolo “Quale futuro per l’educazione?”, si è svolto domenica 18 ottobre nella Sala Maggi della BCC Brianza e Laghi, ad Alzate Brianza. A dialogare con Magatti il professor Gianfranco Giudice, docente di Filosofia e Storia al Liceo Giovio di Como. Al centro dell’intervento una domanda fondamentale: quale spazio rimane per l’essere umano in una società che tende sempre più a trasformare ogni esperienza, relazione e processo educativo in dati, procedure e prestazioni misurabili? «Di fronte al dilagare dell’intelligenza artificiale, che non è da condannare ma da gestire, va contrapposto il vivente, cioè l’essere umano e le sue relazioni», ha sottolineato Magatti. Una posizione che non nasce dal rifiuto della tecnologia, ma dalla consapevolezza che gli strumenti digitali, per quanto potenti e innovativi, non possono sostituire ciò che rende autenticamente umana la nostra esistenza.
«Bisogna combattere le aberrazioni dell’individualismo esasperato ed esasperante, che non ha senso di essere. L’uomo per sua stessa natura vive nelle relazioni e per le relazioni con gli altri». Una riflessione che assume un significato particolarmente profondo nell’ambito di una rassegna dedicata all’incertezza. In un’epoca attraversata da guerre, crisi economiche, instabilità sociale e trasformazioni tecnologiche senza precedenti, la tentazione di ripiegarsi su sé stessi rischia infatti di indebolire proprio quei legami che consentono alle comunità di affrontare le difficoltà. L’individualismo, spesso presentato come espressione di libertà e autonomia, può trasformarsi in una forma di isolamento quando viene meno la consapevolezza che nessuna persona è autosufficiente e che ciascuno costruisce la propria identità attraverso il rapporto con gli altri. Da qui l’invito a recuperare il valore dell’incontro, dell’ascolto, del confronto e della reciprocità. Non semplicemente come principi astratti, ma come esperienze concrete da coltivare quotidianamente nella famiglia, nella scuola, nel lavoro e nella vita sociale. L’immagine del cielo stellato e del volto di una persona sintetizza efficacemente questa prospettiva: da un lato la capacità di alzare lo sguardo, di interrogarsi sul senso dell’esistenza e di immaginare orizzonti più ampi; dall’altro la necessità di riconoscere nell’altro una presenza concreta, irriducibile a un dato, a un profilo digitale o a una funzione all’interno di un’organizzazione.
Particolarmente incisiva la riflessione sulle conseguenze della trasformazione digitale, che ha modificato profondamente non soltanto gli strumenti della comunicazione, ma anche il funzionamento delle istituzioni, delle organizzazioni e delle nostre relazioni. «Bisogna prendere atto che la trasformazione digitale non ha abolito, come pensavamo, la burocrazia, ma l’ha esasperata. Così come i social e le nuove tecnologie hanno ridotto, e di molto, le relazioni interpersonali». Un paradosso che, secondo Magatti, dovrebbe indurre a interrogarsi criticamente sull’effettivo significato del progresso. La digitalizzazione, nata anche con la promessa di semplificare la vita delle persone, rischia in alcuni casi di moltiplicare adempimenti, controlli, procedure e sistemi di misurazione, allontanando le organizzazioni dai bisogni reali degli individui. La possibilità di raccogliere e analizzare una quantità sempre maggiore di informazioni non coincide necessariamente con una migliore comprensione delle persone. Non si tratta di negare le opportunità offerte dall’innovazione, ma di chiedersi quale idea di uomo e di società stia dietro agli strumenti che utilizziamo. L’intelligenza artificiale, in particolare, rappresenta una trasformazione di portata epocale, destinata a incidere sul lavoro, sull’informazione, sulla conoscenza e sui processi educativi. Proprio per questo, secondo il sociologo, è necessario governarla, orientarla e collocarla all’interno di una visione che riconosca la centralità e la dignità della persona.

“La scuola non può ridursi a un algoritmo”
Uno dei passaggi più significativi dell’incontro ha riguardato il mondo dell’educazione, chiamato oggi a confrontarsi con cambiamenti profondi e rapidissimi. «Basta a sistemi che fanno dell’uomo un numero, con algoritmi, sistemi e organizzazioni. Penso al registro elettronico, dove tutto viene standardizzato. Torniamo alle relazioni educative». Parole che rappresentano un richiamo diretto alla scuola e a tutti coloro che operano nella formazione delle nuove generazioni. L’educazione, nella prospettiva proposta da Magatti, non può essere ridotta alla semplice trasmissione di conoscenze, alla registrazione di risultati o alla valutazione di prestazioni. Educare significa innanzitutto costruire una relazione, riconoscere l’unicità di ciascuna persona, accompagnarne la crescita e aiutarla a interpretare criticamente la realtà. Il rischio, in una società sempre più orientata alla standardizzazione, è quello di perdere di vista il significato più profondo dell’esperienza educativa: l’incontro tra persone, con le loro storie, fragilità, aspirazioni e potenzialità. La tecnologia può certamente sostenere l’apprendimento, ampliare le opportunità e mettere a disposizione strumenti straordinari. Ma non può sostituire lo sguardo di un insegnante, il dialogo con uno studente, la fiducia costruita nel tempo o la capacità di riconoscere una difficoltà che nessun indicatore numerico riesce a raccontare fino in fondo. La sfida educativa consiste dunque nel trovare un equilibrio tra innovazione e umanità, evitando che gli strumenti finiscano per prevalere sulle finalità. Una riflessione che riguarda non soltanto gli insegnanti, ma anche i dirigenti scolastici, le famiglie, gli educatori, gli amministratori pubblici e tutti coloro che, a vario titolo, contribuiscono alla crescita dei bambini e degli adolescenti.
Un altro tema centrale dell’intervento ha riguardato la condizione delle nuove generazioni, chiamate a crescere in un contesto storico segnato da inquietudini e contraddizioni. Magatti ha condannato ogni forma di violenza, richiamando al tempo stesso gli adulti alla responsabilità di recuperare il dialogo con i figli. «Dobbiamo tornare a parlare ai nostri figli, ai quali lasciamo un mondo senza futuro, tra guerre, crisi, povertà e carovita». Le nuove generazioni si trovano a confrontarsi con scenari complessi: l’instabilità internazionale, le conseguenze delle crisi economiche, il cambiamento climatico, la precarietà lavorativa, le trasformazioni della comunicazione e l’accelerazione tecnologica. In questo contesto, il rischio è che il futuro venga percepito non più come uno spazio di possibilità, ma come una minaccia da cui difendersi. Nessuno può considerarsi estraneo alla sfida educativa, perché il futuro delle nuove generazioni riguarda l’intera comunità. Restituire fiducia significa offrire occasioni di partecipazione, responsabilità e protagonismo, creare luoghi di incontro, valorizzare i talenti e soprattutto dimostrare ai ragazzi che esiste una comunità adulta disposta ad ascoltarli e ad accompagnarli. Fare rete: scuole, istituzioni, associazioni e banche insieme per educare.
Tra i messaggi più importanti emersi dall’incontro anche il forte invito a superare le divisioni tra i diversi soggetti del territorio, promuovendo alleanze capaci di generare nuove opportunità educative e sociali. Scuole, amministrazioni pubbliche, associazioni, realtà del volontariato, imprese, istituzioni culturali e banche possono e devono riconoscersi come parti di una stessa comunità educante. Non bastano interventi isolati o iniziative occasionali. Occorre costruire relazioni stabili, condividere responsabilità, mettere in comune competenze e risorse, valorizzare le esperienze già presenti sul territorio e soprattutto riconoscere che l’educazione non si esaurisce tra le pareti di un’aula. È una prospettiva che attribuisce alla comunità locale un ruolo fondamentale: quello di diventare un ambiente capace di generare legami, opportunità e percorsi di crescita. Una scuola che dialoga con le associazioni, un’amministrazione comunale che investe nei giovani, una banca che sostiene progetti culturali e sociali, un’impresa che offre occasioni formative, un’organizzazione di volontariato che favorisce l’incontro tra generazioni: sono tutti tasselli di una stessa responsabilità condivisa.
In questa visione, l’educazione diventa un patrimonio comune, un investimento che non riguarda soltanto il singolo individuo ma l’intera società. Un messaggio che assume particolare significato anche per il territorio brianzolo e lariano, caratterizzato da una fitta presenza di associazioni, istituzioni scolastiche, realtà produttive e organizzazioni impegnate nella promozione sociale e culturale. L’invito di Magatti è stato accolto con soddisfazione dal presidente della BCC Brianza e Laghi, Giovanni Pontiggia. “La riflessione proposta dal sociologo rappresenta infatti uno stimolo importante a rafforzare la collaborazione tra le diverse componenti della società, nella consapevolezza che investire nelle persone e nelle relazioni significa investire nel futuro stesso della comunità. Il ruolo di una banca di credito cooperativo, profondamente radicata nel proprio territorio, si inserisce in questa prospettiva: accanto alla funzione economica e finanziaria, emerge la responsabilità di contribuire alla crescita culturale, civile e sociale delle comunità”.
Il Festival del Pensiero ha così offerto, attraverso l’intervento di Mauro Magatti, una riflessione che va ben oltre il dibattito sull’intelligenza artificiale o sulle nuove tecnologie. La questione di fondo riguarda il modello di società che intendiamo costruire e il posto che vogliamo riservare alla persona all’interno di sistemi sempre più complessi, digitalizzati e interconnessi. «Torniamo a vivere, noi, i viventi, nelle relazioni e con le relazioni con gli altri», ha ribadito Magatti. Non un nostalgico ritorno al passato, dunque, ma la necessità di orientare consapevolmente il cambiamento, evitando che il progresso tecnologico proceda separatamente dalla crescita umana e sociale. Il futuro non può essere affidato esclusivamente alla potenza degli strumenti, alla velocità dei processi o alla capacità degli algoritmi di elaborare informazioni. Deve continuare a essere costruito attraverso scelte consapevoli, responsabilità condivise e relazioni autentiche. «Siamo fiduciosi, ma anche consapevoli delle trasformazioni epocali che stiamo vivendo, con le loro contraddizioni e i rischi connessi». È questo il messaggio conclusivo che emerge dalla riflessione del sociologo: non cedere al pessimismo, non demonizzare l’innovazione, ma nemmeno accettare passivamente un futuro governato esclusivamente dalla logica dell’efficienza, della prestazione e degli algoritmi. La sfida è tornare a riconoscere il valore del vivente, dell’ascolto e della relazione. Significa recuperare la capacità di guardare negli occhi una persona, di riconoscerne i bisogni, di accompagnarne le fragilità e di condividere la responsabilità del domani. Una sfida che chiama in causa ciascuno, senza distinzioni di ruolo o di appartenenza: insegnanti e genitori, giovani e adulti, amministratori e imprenditori, associazioni e istituzioni. Perché il futuro dell’educazione, prima ancora che una questione tecnologica, rimane una questione profondamente umana. Ed è proprio da questa consapevolezza, dal coraggio di incontrarsi e dalla capacità di costruire nuove alleanze, che può nascere una risposta concreta alle incertezze del nostro tempo. Il messaggio che arriva da Alzate Brianza è dunque chiaro: l’intelligenza artificiale può cambiare il mondo, ma soltanto l’intelligenza delle relazioni umane può renderlo un luogo migliore in cui vivere.