Cervelli in fuga

“A Barcellona trovo il bello dell’Italia senza i suoi limiti”

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“A Barcellona trovo il bello dell’Italia senza i suoi limiti”

Per costruire una vita e un lavoro che ci rispecchino davvero spesso non serve allontanarsi molto dall’Italia: a volte basta un’ora di volo per trovare un ambiente accogliente e dei ritmi diversi in cui crescere. Ne sa qualcosa Gianluca Gross, classe 1993, attualmente senior account manager a Barcellona.

“A Barcellona trovo il bello dell’Italia senza i suoi limiti”

Dopo aver frequentato il Liceo Fermi di Cantù, Gross ha iniziato un percorso di studi in Economia all’Università Cattolica e ha poi seguito un master in Bocconi specializzandosi in Finanza: «Il mio amore per la città catalana è nato nel 2017 quando mi sono trasferito qui per la prima volta per frequentare un periodo del master. Questo è stato il motivo che mi ha spinto a ritornare a viverci dopo il Covid», ha raccontato. Prima di stabilirsi a Barcellona infatti Gross ha iniziato a costruire la sua formazione professionale a Milano: «Per un anno ho lavorato in consulenza in Kpmg, dopodiché seguendo un Graduate Program mi sono formato nel mondo delle vendite. Nei sette anni successivi mi sono verticalizzato nel ruolo maturando esperienza in diverse aziende e paesi tra cui Portogallo, Irlanda e ora la Spagna».

Da due anni, il giovane professionista è tornato a vivere a «Barna». La scelta è stata dettata da numerose considerazioni, tra cui alcune relative alla prossimità territoriale e culturale del paese: «È una città molto vicina all’Italia non solo a livello geografico, ma possiede anche tante cose positive della vita in Italia, senza però avere i suoi limiti. Inoltre, la comunità italiana è numerosissima, per cui non è difficile ritrovarsi tra connazionali». Sono infatti parecchi gli italiani a Barcellona impegnati, tra le varie cose, nel settore dell’hospitality e della ristorazione: «Ci sono locali che propongono le diverse cucine regionali italiane e spesso ci si ritrova qui a riprodurre tipiche tradizioni italiane, come l’aperitivo».

Una città multiculturale

Tra i punti di forza di Barcellona, secondo Gross, ci sono soprattutto la multiculturalità, il clima e lo stile di vita: «Nonostante sia una città che non perde la sua storia e la sua autenticità legate alla cultura della Catalogna, allo stesso tempo viene modellata dalle numerose culture che vivono qui. Alla fine, è talmente multiculturale che ci si sente a casa», ha spiegato. A contribuire al suo fascino anche il clima che sembra non tradire mai: «Il meteo è incredibile, io spesso vado a correre in spiaggia. Anche questo mi permette di avere un bello stile di vita», ha proseguito.

Tutte queste peculiarità hanno reso la città incredibilmente attrattiva per molti e ciò ha creato nel tempo le basi per lo sviluppo di dinamiche distruttive nei confronti della città e dei suoi residenti, più evidenti a partire dalla pandemia: «Uno dei problemi principali di Barcellona è l’alto costo degli affiti. Il fenomeno ha molteplici cause: da una parte, il mercato della compravendita non è particolarmente regolamentato. I proprietari possono apporre all’immobile il prezzo che vogliono e non fanno contratti per più di 12 mesi di affitto. Rimanendo nell’ambito degli affitti brevi, non sono tenuti a seguire le indicazioni della Generalitat de Catalunya, che invece fissano dei limiti precisi a questa prassi – ha detto – Inoltre, tra le moltissime persone che si trasferiscono qui, alcune hanno un potere d’acquisto più forte rispetto ai residenti e possono quindi pagare degli affitti più alti. Questo ha fatto lievitare la bolla immobiliare».

Questione sicurezza

A questo si aggiunge anche il dilagante problema della microcriminalità che, ha spiegato Gross, è un fenomeno all’ordine del giorno: «Furti, scippi e rapine avvengono alla luce del sole e in maniera sfacciata. Appena un mese fa degli amici sono venuti a trovarmi e sono stati rapinati di orologio e cellulare. Quando siamo andati a fare la denuncia ai “Mossos d’Esquadra” (la polizia catalana), abbiamo aspettato tre ore e mezza perché c’era una fila lunghissima: tutti dovevano denunciare la stessa cosa». Queste circostanze hanno fatto sì che i catalani sviluppassero una certa scontentezza nei confonti dei turisti e di quelli “di passaggio” in città. Ha proseguito il 32enne: «Barcellona ha identificato la radice dei suoi problemi nell’overtourism e, per esempio, ha deciso che dal 2029 non rinnoverà più le licenze per gli affitti brevi a scopo turistico. Le conseguenze della bolla immobiliaria però si riflettono anche sui residenti come me: ogni anno devo cambiare casa perché il mio proprietario può aumentare l’affitto del 25%».

A fronte del cambio netto nella qualità della vita che sta testimoniando il giovane professionista, le sue aspirazioni si stanno aprendo a nuovi orizzonti e sfide. «Il divario fra stipendio e costo di vita e affitti, tenendo in conto anche il fattore sicurezza, si sta un po’ riducendo. Per questo molte persone si stanno spostando fuori città, ad esempio a Badalona, a venti minuti dal centro, dove gli affitti sono più bassi – ha raccontato Gross – L’alternativa che però potrei considerare io è spostarmi altrove in Europa. L’opzione migliore sarebbe Zurigo perché lì si sta sviluppando una scena tecnologica interessante. L’ho visitata e ci sono parecchi aspetti che mi hanno colpito: è internazionale, ricca di eventi e cose da fare, sicura, pulita, raggiungibile da casa con un viaggio in treno di tre ore. In alternativa, potrei tornare a Dublino, dove hanno sede tutte le più grandi aziende tecnologiche che offrono ottimi stipendi e buone prospettive di carriera. Altre opzioni sono Amsterdam, per sviluppare una carriera internazionale nella scena tech, e Berlino, la capitale europea delle start-up».

“Italia? Stipendi bassi”

L’ipotesi di tornare in Italia invece, per quanto sia un forte desiderio, non è al momento sul tavolo delle possibilità: «È una porta che mi lascio aperta, non mi dispiacerebbe avvicinarmi a casa. Se trovassi un’offerta di lavoro a condizioni economiche pari rispetto a quelle attuali, in un contesto internazionale, con un piano di carriera solido, tornerei senza pensarci. Ma l’orizzonte lavorativo non offre opportunità concrete: gli stipendi sono molto bassi o spesso non c’è feeling con l’azienda», ha dichiarato.

Secondo il 32enne, i problemi sono soprattutto strutturali: «Gli stipendi italiani non sono adeguati al costo della vita, non è concepibile che la remunerazione entry-level all’estero corrisponda a quella base da noi. Inoltre, il mondo del lavoro in Italia è fermo a logiche di venti o trent’anni fa: da noi è più bravo chi lavora di più, all’estero invece viene premiato chi lavora meglio, mi è bastato un anno in Italia per capire che non ero compatibile con quella mentalità – ha approfondito – Quello che mi frena dal tornare è proprio la consapevolezza di non trovare aspetti professionali che qui sono una certezza: promozioni frequenti, aumenti di salario ogni anno e un approccio lavorativo che gratifica il talento. Facendo rientro in patria, dovrei fare un grande sacrificio, rinunciando anche a un modo di lavorare che ormai è diventato mio».