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Come stanno i ragazzi dopo la pandemia? Parlano i responsabili dei consultori

Gli adolescenti hanno sofferto in modo particolare la pandemia, non tanto per il pericolo di ammalarsi, quanto per le conseguenze che le restrizioni sociali hanno avuto e avranno su di loro dal punto di vista psicologico.

Come stanno i ragazzi dopo la pandemia? Parlano i responsabili dei consultori
Attualità Canturino, 10 Giugno 2021 ore 09:25

Come stanno i ragazzi dopo la pandemia?  La Fondazione don Silvano Caccia Onlus, che comprende quattro consultori nel territorio lecchese e Comasco, in particolare nelle città di Merate, Cantù, Erba e Lecco, ha deciso di  rendere noti i risultati di un’indagine sviluppata tra febbraio e maggio 2021, somministrata a 2500 ragazzi tra gli 11 e i 18 anni, riguardo al loro stato di benessere relazionale e psicologico. “Questa indagine nasce dal bisogno che avevamo di capire come stessero davvero i ragazzi” spiega Claudia Alberico. “Non volevamo limitarci a ragionare sul numero degli accessi dei ragazzi in consultorio o sulle richieste dei genitori che chiedevano aiuto ai nostri operatori. Abbiamo deciso di dare voce ai ragazzi. Ecco perché abbiamo diffuso il questionario sul territorio che ben conosciamo, attraverso le parrocchie e le scuole con cui siamo in contatto diretto da anni”.

Come stanno i ragazzi dopo la pandemia? Parlano i responsabili dei consultori

In questi mesi di pandemia il benessere psico-fisico di bambini e ragazzi è stato un po' dimenticato per ragioni più o meno plausibili. "Oggi però abbiamo il dovere e la responsabilità di ri-prenderci cura di loro, di includerli nuovamente nei nostri pensieri e forse anche nelle nostre priorità perché dall’investimento che faremo su di loro dipende il futuro delle nostre società. Il futuro non ha bisogno di giovani impauriti, demotivati, ansiosi, iperconnessi per noia bensì di giovani in grado di usare il sapere che abbiamo consegnato loro e le competenze che sono riusciti ad acquisire per dare un “futuro vivibile” all’umanità". La risposta del territorio a questa iniziativa è stata decisamente significativa. Su un campione di 2501 ragazzi (41% maschi e 59% femmine), 1053 appartenevano alla scuola secondaria di primo grado, mentre 1448 alla secondaria di secondo grado.

Simona Oresnigo, Psicologa e psicoterapeuta, referente delle attività esterne per il consultorio Cantù

“Sono rimasta colpita da alcune risposte date dai ragazzi che segnalano una tendenza positiva: non me l’aspettavo. Parlo della riscoperta del valore della famiglia e al non aver patito la diminuzione della privacy, intesa come sana necessità di intimità per l’adolescente, da rispettare anche e soprattutto in famiglia. Dall’indagine emerge anche l’importanza dello sport e della vita all’aria aperta per i ragazzi. L’invito alla riflessione da questa indagine vale per tutti: tutte le agenzie educative e le realtà territoriali, come scuole, oratori, parrocchie, società sportive”.

Indubbiamente gli adolescenti hanno sofferto in modo particolare la pandemia, non tanto per il pericolo di ammalarsi, quanto per le conseguenze che le restrizioni sociali hanno avuto e avranno su di loro dal punto di vista psicologico. Inizialmente si sono sentiti dimenticati, proprio per la bassa percentuale di malati in questa fascia d’età, poi ghettizzati, perché considerati gli untori peggiori. E ora si accorgono di come star bene non significhi solo assenza di malessere, ma anche presenza di benessere, intesa soprattutto come necessità di spazi e relazioni sociali.

Daniela Genesini, Psicoterapeuta e referente delle attività esterne del consultorio di Merate

"Mi preoccupano le ore passate davanti a dispositivi elettronici: questo ci è dispiaciuto e non ci ha stupito vederlo anche nella nostra indagine. Ora i genitori devono “palettare” questo utilizzo poco sano dei dispositivi elettronici, finora poco controllato. Il 18% degli adolescenti ha ammesso di voler smettere di utilizzare i social, ma di non riuscire. E’ tempo di dare spazio alle relazioni tra pari: i ragazzi ne hanno più bisogno che mai. Occorre riconoscere il loro bisogno di libertà, di uscita in relazione diretta. L’utilizzo eccessivo dei social ci ha portato a riconoscere il corpo solo come qualcosa che si vede. E invece il corpo è anche qualcosa che fa. E’ tempo di riscoprirlo".

Insieme ai ragazzi che hanno dichiarato un malessere (41,8%) ce ne sono molti (21,7%) che hanno manifestato ancora tanta voglia di fare, pensieri per il futuro, l’idea che in famiglia si sta bene. Segno evidente che un adolescente su cinque è riuscito a sviluppare una sorta di resilienza, proprio per il contesto all’interno del quale si è trovato a vivere.

“Noi adulti dobbiamo esserci sia per i ragazzi che hanno dichiarato di non star bene, ma anche per quelli che hanno risorse proprie, che vanno sostenute. Non tutti i ragazzi escono malandati da questa pandemia” spiega Claudia Alberico, direttrice della Fondazione don Caccia.

Elena Galluccio, Psicologa e mediatrice famigliare, referente delle attività esterne del consultorio di Lecco

"Il mondo degli adulti non è chiamato a intervenire solo nelle situazioni in cui emergono fragilità o per sedare istanze distruttive degli adolescenti. L’adulto non deve arrivare solo in occasione di emergenza. Dobbiamo pensare anche agli adolescenti sani e al tipo di richieste che fanno al mondo adulto, interessante è la risposta dei ragazzi alla domanda "Quando la pandemia sarà finita…", più del 40% risponde di non riuscire ad immaginare il proprio futuro. Questa affermazione ci interroga su quanto gli adulti (genitori, insegnanti ed altri professionisti) siano in grado di offrire ai ragazzi un mondo in cui potersi immaginare.

Altra domanda interessante é “Come stai?” un adolescente su tre risponde “Normale”. Certo, umanamente noi tendiamo a normalizzare situazioni faticose. Forse i ragazzi ci stanno dicendo che hanno molte più risorse di quelle che pensiamo noi o che l'indifferenza al contesto sia una forma di difesa messa da loro in atto per poter sopravvivere? Certo é che, tutti noi ci siamo resi conto di quanto sia fondamentale abituarsi a vivere l'imprevisto come grande risorsa per il nostro futuro".

Emanuele Fusi, Insegnante in un liceo di Monza e presso l’Università Bicocca di Milano, pedagogista presso il consultorio di Erba

"Richiamiamoci tutti al compito educativo: questo deve essere il primo effetto di questa ricerca. Che sia un punto di partenza per riflettere e offrire prospettive, direzioni. Dobbiamo ripensare all’esperienza educativa che offriamo a tutti gli adolescenti e preadolescenti, perché solo così sapremo poi focalizzare l’attenzione sui più fragili, evitando generalizzazioni o semplificazioni.

Tantissimi ragazzi hanno detto che stare bene vuol dire fare esperienza, stare nella realtà. Noi adulti siamo convocati, tutti, come genitori, insegnanti, educatori a giocare insieme la sfida educativa. È un tempo che dobbiamo rendere generativo: offriamo spazi creativi e immaginativi, apriamo lo spazio del possibile, prendiamoci cura di ciò che c’è. Re-impariamo cosa vuol dire stare a fianco dei ragazzi e con loro a prenderci la responsabilità che il tempo richiede”.

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