Il vescovo di Como, cardinale Oscar Cantoni, mercoledì 31 dicembre, alle 17, ha presieduto, in
cattedrale, la messa solenne. Al termine si è levato il canto di ringraziamento del Te Deum.
Il richiamo al valore del Giubileo
Il vescovo ha iniziato l’omelia con un richiamo all’importanza del Giubileo. “Prima che si concluda questo anno, che ha visto assommarsi molteplici eventi, lieti e tristi, a livello personale, ecclesiale e civile, vogliamo elevare alla Santissima Trinità Misericordia, un inno di lode e di ringraziamento, nella certezza che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio. Abbiamo avuto innanzitutto la possibilità di celebrare l’Anno Santo della speranza, che tanto interesse ha suscitato nel mondo intero. Lo abbiamo appena concluso lo scorso 28 dicembre proprio qui, in cattedrale. Il Giubileo ci ha chiamati a diventare pellegrini di speranza in tutta la nostra vita, nonostante le avversità”.
Il segno di una Chiesa unita
“Altri importanti eventi ecclesiali hanno caratterizzato questo anno: a partire innanzitutto dalla chiamata al Cielo di Papa Francesco, che ha avuto il coraggio di “mettere a fuoco” tanti punti di non ritorno, perché semplicemente evangelici. Lo ricordiamo con il suo stile di piena dedizione nel servizio e sobria essenzialità nella vita, di abbandono in Dio e di serena fiducia nel momento del ritorno nella casa del Padre. Ed ecco l’elezione del nuovo pontefice Leone XIV, che fin dall’inizio ha sviluppato gli orientamenti del suo predecessore, impegnandosi per una Chiesa segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato.

L’importanza del cammino sinodale
Il cardinale Cantoni, nell’omelia, ha ricordato altri momenti essenziali del 2025. “Si è concluso il cammino sinodale delle Chiese in Italia, che ha permesso di riassumere la molteplicità di stimoli e proposte emerse nelle tre fasi del cammino, perché tutti possano sentirsi coinvolti nell’esperienza di fede e nella corresponsabilità. Spetta ora circoscrivere le priorità e rafforzare la riflessione su diversi punti. A livello diocesano, vorrei segnalare, tra l’altro, la conclusione della Visita pastorale ai vicariati, svolta in 25 tappe: una ventata di Spirito santo, che ha generato la necessità di stimolare le parrocchie e i vicariati a diventare sempre più luoghi relazionali, con l’apporto generoso e responsabile dei laici, uomini e donne, con la presenza carismatica dei membri della vita consacrata, con l’insostituibile contributo dei presbiteri, chiamati a svolgere il loro servizio eucaristico di unità, mentre tutti insieme siamo stati invitati a svolgere una indispensabile dimensione profetica, di cui il mondo non può restare privo”.
I conflitti e il grido di pace

“Nello stesso tempo, non possiamo tacere che si è trattato di un anno pieno di conflitti, non solo in Ucraina, nel cuore dell’Europa, e in Terra santa, ma anche in tante altre parti del mondo, come ad esempio, nel Myanmar, in Nigeria, nella Repubblica del Sudan. Si tratta di guerre nascoste, che nessuno vede, lontano da noi, con migliaia di morti, di cui nessuno fa memoria. È tempo di piangere davanti alle tragedie del mondo. Viviamo purtroppo in tempi difficili, anche drammatici per l’educazione delle nuove generazioni. A molti manca la speranza per il futuro, il desiderio di affrontare con creatività e decisione il presente. Eppure, davanti alle sconfitte dell’umanità, che constatiamo ogni giorno nel mondo, possiamo affermare con certezza che il Signore mantiene saldamente nelle sue mani il cammino della storia e niente può cancellare il traguardo che ci sta davanti per la potenza della sua risurrezione. Nello stesso tempo, vogliamo chiedere sinceramente perdono per i nostri peccati personali, con i quali abbiamo contrastato con le nostre lentezze e paure l’azione creatrice della provvidenza di Dio, rendendoci meno attenti e disponibili alla sua volontà, che è pur sempre benefica nei nostri confronti. Tuttavia, ognuno di noi ha abbondanti motivi per cui rendere grazie a Dio per i molteplici benefici ricevuti per grazia e non per nostro merito. Dio ci conosce più di quanto conosciamo noi stessi. Egli sa ciò di cui abbiamo bisogno. Ha compassione di noi, viene sempre in nostro aiuto e ci rimette in cammino, se accettiamo di riconoscerci come suoi figli docili e ci impegniamo a vivere di conseguenza, consapevoli e grati del grande titolo regale di figli di Dio. Dio è solito servirsi dei poveri e degli umili, quali furono i pastori di Betlemme, accorsi alla grotta per vedere la gloria di Dio. Essi la riconobbero per grazia, racchiusa nella debolezza di un bambino, deposto in una mangiatoia. Essi, poi, hanno saputo riferire ciò che avevano visto e udito nel loro ambiente di vita, quali primi messaggeri della buona novella. Tocca ora a noi, che abbiamo riconosciuto l’amore di Dio per noi, farci ambasciatori della sua gloria, sperimentata in questo anno che ormai giunge al termine, nei fatti ordinari della nostra esistenza e nel nostro ambiente di vita. E tutto indirizzare “Ad maiorem Dei gloriam”, che significa: per la gloria di Dio, sempre più grand”.