il racconto

“Dentro quella tuta come un astronauta”, Federico e i primi giorni da infermiere nel reparto Covid

Federico, soli 25 anni, lavora nel reparto Covid dell'Istituto Clinico Villa Aprica di Como.

“Dentro quella tuta come un astronauta”, Federico e i primi giorni da infermiere nel reparto Covid
Cronaca Como città, 30 Novembre 2020 ore 11:13

Il sogno di diventare infermiere. Poi gli anni passati sui libri, i sacrifici, la gioia per la laurea e infine l’arrivo nel reparto più chiacchierato al mondo. Federico Baldassarri, 25 anni, dal 17 novembre 2020 lavora nel reparto Covid dell’Istituto Clinico Villa Aprica di Como. Un’esperienza delicata, vissuta come una missione, che è lui stesso a raccontare tramite un post pubblicato dal suo account Facebook.

“I miei primi giorni da infermiere nel reparto Covid. Come un astronauta dentro quella tuta”

“Ore 7 del mattino, eccomi qua pronto per un’altra giornata all’interno del reparto Covid. In realtà tutto è cominciato circa 10 minuti prima quando salendo l’ascensore arrivi di fronte alla porta della saletta delle vestizioni. Lasci lo zaino e i tuoi effetti personali perché nulla può entrare per il rischio di venir contaminato quindi niente orologio, niente fonendo, niente cartellino, ma anche niente penne, forbici, evidenziatori ecc. tutto è già all’interno. Inizi lavandoti le mani, metti i calzari corti che copriranno le ciabatte, metti il primo paio di guanti, la cuffietta dopodiché è il turno della tuta che è bianca e si indossa esattamente come quella dei piloti di Formula 1. Indossi la mascherina, la famosa FF-P3, all’inizio ti arriva un odore un pochino plasticoso ma perfettamente sopportabile, la prima volta pensi “ma mi mancherà il fiato?”, in realtà respiro piuttosto bene, quello che è fastidioso sono i lacci che dopo un paio d’ore cominciano a farsi sentire sulla mia testa e dietro le orecchie. Una volta sistemata la maschera tiri sù il cappuccio della tuta che deve coprire bene tutta la testa, tiri sù la cerniera, metti la visiera e lo scafandro è chiuso, lasciando uscire solamente la luce dello sguardo. La mente va alla mia tesi, a quei pazienti con sindrome Locked-in che rimanevano bloccati nei loro corpi e gli occhi rappresentavano l’unico modo per comunicare con il mondo esterno. Anche io sono un pochino imprigionato ma fortunatamente oltre allo sguardo ho la mia voce, i miei occhi e le mie mani. Penso alle parole di J.D. Bauby: “Lo scafandro si fa meno opprimente e la mente può volare come una farfalla”. Prima di uscire indosso un altro paio di calzari lunghi e infine il secondo paio di guanti sterili, adesso sono pronto. Ricordo la prima volta che sono arrivato di fronte alla porta con la scritta “COVID”, dentro la mia tuta mi sentivo un astronauta, persino il simbolo sul camice è blu come quello della NASA. Eccomi qui, un piccolo Neal Armstrong che rischia di scivolare perché i calzari di plastica fanno sembrare il pavimento davvero un suolo lunare.
La prima volta ho ripensato a ciò che avevo studiato, alle ore sui libri, ai tirocini, alla laurea, tutto mi aveva portato a quel momento, tutti i miei sforzi, le mie rinunce, le mie gioie e le mie paure erano condensate insieme. Stavo entrando in un reparto covid e lo avevo scelto io esattamente come avevo scelto di voler diventare infermiere, esattamente come avevo scelto di affrontare l’università, aprendo quella porta iniziavo finalmente ad essere ciò per cui avevo lottato così tanto. Dopo i primi passi mi trovo di fronte ai miei nuovi colleghi, sguardi dietro a maschere come la mia, voci che mi salutano da dentro le tute, alcuni hanno gli occhiali come me, altri hanno gli occhi chiari sembra assurdo ma è il primo modo per riconoscersi. La cosa curiosa dei primi giorni è proprio questa, lavori fianco a fianco con Chiara, Silvia, Bruno ecc. per 7 ore e giustamente né loro ti hanno mai visto né tu hai mai visto il loro volto. Quando hai finito il turno e finalmente ci si toglie la maschera, nel locale svestizione, la frase che ricorre è: “ahhh adesso ci guardiamo senza maschera, mai sei tuuuu?, piacere sono…”. Dietro la mia schiena mi scrivono Fede con il pennarello rosso, ecco quello è il mio cartellino, il mio simbolo per essere riconosciuto dietro a quella tuta che ci rende tutti uguali. È bello sentire i pazienti salutarti quando entri nelle loro stanze: “Ciao Fede…, Ehi Fede…”. La giornata è ufficialmente iniziata”.

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