Transumanza patrimonio Unesco: tradizione lariana per eccellenza

Nelle province lariane sono i giovani a “salvare” una tradizione millenaria, resa difficile anche dai cambiamenti climatici e dalle invasioni della fauna selvatica che non hanno risparmiato nemmeno i pascoli in alta montagna

Transumanza patrimonio Unesco: tradizione lariana per eccellenza
12 Dicembre 2019 ore 10:48

Transumanza patrimonio Unesco: tradizione lariana per eccellenza. La transumanza infatti  è stata proclamata patrimonio culturale immateriale dell’umanità. “Una notizia grandiosa” commenta Coldiretti Como Lecco attraverso il presidente interprovinciale Fortunato Trezzi nell’apprendere la decisione del Comitato intergovernativo dell’Unesco riunito a Bogotà, in Colombia per tutelare l’ antica pratica della pastorizia che consiste nella migrazione stagionale del bestiame lungo le rotte migratorie nelle nostre Alpi, ma anche nel Mediterraneo..

LEGGI ANCHE Nel Lecchese tutti pazzi per le… pecore! FOTO

Transumanza patrimonio Unesco: tradizione lariana per eccellenza

La candidatura della Transumanza, che ha visto l’Italia capofila di una alleanza con Grecia e Austria, è stata avanzata nel 2017 per tutelare una pratica ancora oggi diffusa sia lungo l’arco alpino (in particolare l’Alta Lombardia, con al centro le terre lariane e le province di Como Lecco, ma anche l’Alto Adige), sia al Centro e Sud Italia, dove sono localizzati i Regi tratturi, partendo da Amatrice e Ceccano nel Lazio ad Aversa degli Abruzzi e Pescocostanzo in Abruzzo, da Frosolone in Molise al Gargano in Puglia. “Pastori transumanti sono tuttora in attività nelle nostre province, e tra essi vi sono numerosi giovani cui è affidata la memoria di una tradizione millenaria, legata anche alla produzione di rarità casearie e al mantenimento di razze bovine e ovicaprine storiche e a rischio estinzione, tra cui la Capra di Livo nell’Alto Lario occidentale”.

Transumanza patrimonio Unesco: il voto positovo

“Il voto positivo dell’Unesco – evidenzia Coldiretti Como Lecco – certifica il valore della tradizionale migrazione stagionale delle greggi, delle mandrie e dei pastori che, insieme ai loro cani e ai loro cavalli, si portano nelle alte quote: ancor più marcata la tradizione dei Bergamini che ogni anno, dall’Alto Lecchese e dalla Valsassina, raggiungevano la pianura con le loro mandrie, consolidando la tradizione produttiva del Gorgonzola e degli Stracchini anche nella piana intorno a Milano, oltrechè nelle montagna d’origine”.

Un riconoscimento importante – rimarca la Coldiretti lariana – che conferma il valore sociale, economico, storico e ambientale della pastorizia che coinvolge in Italia ancora 60mila allevamenti nonostante il fatto che nell’ultimo decennio il “gregge Italia” sia passato da 7,2 milioni di pecore a 6,2 milioni perdendo un milione di animali.

 I pascoli nel Comasco e Lecchese

A pesare sono i bassi prezzi pagati ai pastori, il moltiplicarsi degli attacchi degli animali selvatici (i pascoli d’alta quota nel Comasco e Lecchese sono ripetutamente devastati dai cinghiali), la concorrenza sleale dei prodotti stranieri spacciati per nazionali ma anche del massiccio consumo di suolo che ha ridotto drasticamente gli spazi e i tradizionali percorsi usati proprio per la transumanza delle greggi con pesanti ripercussioni sull’economia nazionale ma anche sull’assetto ambientale del territorio “perchè quando un allevamento chiude si perde – rimarca Trezzi – un intero sistema fatto di animali, di prati per il foraggio, di formaggi tipici e soprattutto di persone impegnate a combattere lo spopolamento e il degrado spesso da intere generazioni”.

“Sono i giovani a salvare il futuro dei nostri pascoli alpini. Giovani allevatori che, di fronte all’amore per i propri animali e per la natura incontaminata delle alte quote, non esitano a scegliere una vita difficile, che in molti casi comporta la necessità di vivere tre o quattro mesi isolati, con le loro mandrie e greggi, nei pascoli in quota”.  

 Le testimonianze

A portarsi ogni anno in montagna con mandrie e greggi, ad esempio, è Ivan Albini, allevatore della rara Capra di Livo (tra le 14 razze considerate a rischio estinzione in Lombardia) che ha trascorso con la moglie Stefania i mesi della bella stagione all’Alpe Nesdale (sul costone del Monte Bregagno, sul sentiero che raggiunge poi S. Amate, il Rifugio Menaggio e il Monte Grona): “La sopravvivenza di questi animali è legata al lavoro e alla passione degli ultimi giovani allevatori che scelgono di dedicare la loro vita a quella che, prima di tutto, è una pura passione. La vita dell’allevatore non è facile, ma le fatiche sono ripagate dalla soddisfazione e da un contatto unico con la natura, nei luoghi più belli del nostro territorio. Qui puoi davvero ascoltare il silenzio, ed è un’esperienza unica. E poi ci sono queste bellissime capre… la “Livo”, o “Lariana” non supera i 2500 capi solo nel Lario occidentale, quasi tutte lungo la catena Mesolcina tra il Passo San Jorio ed il Passo dello Spluga”.

Le problematiche: maltempo e cinghiali

 

Anche la fauna selvatica, come detto, comporta problemi: i lupi sono tornati a prendere di mira le greggi dell’arco alpino, e anche nelle nostre province non sono mancati episodi di predazione, mentre i cinghiali hanno fatto incursione persino nei pascoli d’alta quota, danneggiandoli pesantemente.

 

E’ il caso degli alpeggi sopra Peglio, sulla sponda lariana occidentale, dove Diego Bossio (anch’egli giovanissimo allevatore) racconta di ripetute invasioni protrattesi per tutta la stagione dell’alpeggio. Nel Lecchese, la transumanza verso le alte quote si è rivelata quest’anno particolarmente complessa a causa del maltempo che, a più riprese, ha colpito la Valsassina: in molti casi, le strade impraticabili hanno reso difficoltosa o impossibile la salita ai pascoli alpini per giorni, o bloccato in quota gli allevatori che, con mandrie e greggi, avevano già raggiunto l’alta montagna.

Fortunato Trezzi, presidente di Coldiretti Como Lecco                                                                                                                                                    

“Scegliere di acquistare un formaggio di produzione locale, fatto nei nostri alpeggi e frutto di una sapiente e antica tradizione casearia, significa dare continuità a una storia che affonda nei millenni le proprie radici, assicurando futuro a queste imprese e ai loro animali” commenta Fortunato Trezzi, presidente di Coldiretti Como Lecco. “Grazie ai nostri alpigiani e al loro lavoro, la montagna resta viva, accessibile, curata: si tratta di un presidio importante per prevenire gravi dissesti idrogeologici e per assicurare una fruibilità del territorio anche dal punto di vista turistico”.

Turismo 2020
Top news
Glocal News
Foto più viste
Video più visti
Il mondo che vorrei
Gite in treno
Curiosità
ANCI Lombardia