Cultura

8 marzo la piazza virtuale dell’Arci di Como

La Festa delle donne quest'anno sarà un po' particolare.

8 marzo la piazza virtuale dell’Arci di Como
Como città, 08 Marzo 2020 ore 10:13

8 marzo molto diverso dal solito per le donne italiane.

Il messaggio dell’Arci di Como

“La Giornata internazionale delle donne quest’anno è davvero una giornata particolare. Le misure in corso per contenere la diffusione del Covid-19 e il nostro desiderio di comportarci in maniera responsabile verso chi è più vulnerabile e verso noi stesse, ci portano a celebrare l’8 marzo senza scendere nelle piazze e nelle strade – scrive l’Arci di Como – Abbiamo dovuto rinviare, probabilmente a settembre, la presentazione del libro di Chiara Ingrao, Migrante per sempre – organizzata con la collaborazione di Anpi, Como senza frontiere e dell’Istituto di Storia contemporanea “Pier Amato Perretta”. È prevista per il 16 di aprile, la presentazione del libro di Monica Lanfranco, Crescere uomini, che stiamo organizzando, insieme a Donne in nero, Telefono donna e Wiws, Speriamo davvero di non doverla rinviare”.

La festa virtuale

“Ma dal momento che non vogliamo che quest’8 marzo passi sotto silenzio, abbiamo proposto ad amiche e compagne di strada, di frequentare insieme una piazza virtuale, un modo per sentirsi vicine e stringersi in un abbraccio di lotta e di speranza. L’idea di partenza è che molte di noi hanno già scritto qualche riflessione per sé, altre hanno un libro da consigliare, altre ancora vorrebbero condividere le motivazioni per cui una donna incontrata è stata illuminante.  Il risultato è insolito: scritti, brani, video, poesie compongono un’antologia politica di emozioni. Se avete voglia diffondetela tra le vostre amicizie, non solo tra donne, ma anche tra gli “uomini che accettano il rischio di esserci fratelli”, ai quali insieme a Robin Morgan, “offriamo un equilibrio, un futuro, una mano”.

Il primo passo

Questo il primo passo. Gli altri saranno pubblicati sul sito di Arci ecoinformazioni nel corso della giornata dell’8 marzo.
Credo di una donna di Robin Morgan

Noi, esseri umani e donne, sospese sull’orlo del nuovo millennio. Noi siamo la maggioranza della specie, ma abbiamo abitato nell’ombra.

Noi le invisibili, le analfabete, le sfruttate, le profughe, le povere. E noi votiamo: “mai più”. Noi siamo le donne affamate – di riso, casa, libertà, delle altre,

di noi stesse. Noi siamo le donne assetate – di acqua limpida e risate, di letture, d’amore. Noi siamo esistite in tutti i tempi, in ogni società.

Siamo sopravvissute al nostro sterminio. Ci siamo ribellate – e abbiamo lasciato dei segni.

Noi siamo la continuità, intessiamo il futuro col passato, la logica con la poesia. Noi siamo le donne che tengono duro e gridano “Sì”.

Noi siamo le donne dalle ossa, voci, menti, cuori spezzati – eppure siamo le donne che osano sussurrare “No”.

Noi siamo le donne la cui anima nessuna gabbia fondamentalista può contenere. Noi siamo le donne che rifiutano di

permettere che si semini morte nei nostri giardini, nell’aria, nei fiumi, nei mari.

Noi siamo, tutte e ciascuna, preziose, uniche, necessarie. Noi fatte più forti, benedette, sollevate perché non uguali. Noi siamo le figlie del desiderio. Noi siamo le madri che daranno alla luce la politica del XXI secolo.

Noi siamo le donne da cui gli uomini ci hanno messo in guardia.

Noi siamo le donne che sanno che tutte le questioni ci riguardano, che reclamano il loro sapere, reinventeranno il loro domani, discuteranno e ridefiniranno ogni cosa, incluso il potere.

Sono decenni ormai che lavoriamo a dar nome ai dettagli del nostro bisogno, rabbia, speranza, visione. Abbiamo rotto il nostro silenzio, esaurito la nostra pazienza. Siamo stanche di enumerare le nostre sofferenze – per intrattenere o essere semplicemente ignorate. Ne abbiamo  abbastanza di parole vaghe e attese concrete; abbiamo fame d’azione, dignità, gioia.

Intendiamo fare di meglio che resistere e sopravvivere.

Hanno tentato di negarci, definirci, piegarci, denunciarci; ci hanno messe in prigione, ridotte in schiavitù, esiliate, stuprate, picchiate, bruciate, asfissiate, seppellite

– e ci hanno annoiate. Ma niente, neppure l’offerta di salvare il loro agonizzante sistema, ci può trattenere.

Per migliaia di anni le donne hanno avuto responsabilità senza potere, mentre gli uomini avevano potere senza responsabilità.

Agli uomini che accettano il rischio di esserci fratelli offriamo un equilibrio, un futuro, una mano. Ma con loro o senza di loro, noi andremo avanti.

Perché noi siamo le Antiche, l’Essere Nuovo, le Native venute per prime e rimaste, indigene come nessuno. Siamo la bambina dello Zambia, la nonna della Birmania, le donne del Salvador e dell’Afghanistan, della Finlandia e di Fiji. Siamo canto di balena e foresta pluviale; l’onda sommersa del mare che monta, immensa, a spezzare in mille frammenti il vetro del potere. Siamo le perdute e le disprezzate che, piangendo, avanzano nella luce.

Questo noi siamo. Siamo intensità e energia. Siamo i popoli del mondo che parlano – che non aspetteranno più e non possono essere fermati.

Siamo sospese sull’orlo del millennio: alle spalle la rovina, davanti nessuna mappa, il sapore della paura acuto sulle nostre lingue.

Eppure faremo il salto. L’esercizio dell’immaginazione è un atto di creazione. L’atto di creazione è un esercizio della volontà.

Tutto questo è politica. È possibile.

Pane. Un cielo pulito. Pace vera. La voce di una donna che canta chissà dove, melodia che spira come fumo dai falò campestri. Congedato l’esercito, abbondante il raccolto. Rimarginata la ferita, voluto il bambino, liberato il prigioniero, onorata l’integrità del corpo, ricambiato l’amante. Magico talento di trasformare i segni in significato. Uguale, giusto e riconosciuto il lavoro. Piacere nella sfida che porta, concordi, a risolvere i problemi.

La mano che si alza solo nel saluto. Interni – dei cuori, delle case, dei paesi – così solidi e sicuri da rendere finalmente superflua la sicurezza dei confini.

E ovunque risate, sollecitudine, festa, danze, contentezza. Un paradiso umile, terrestre, ora.

Noi lo renderemo reale, nostro, disponibile. Noi disegneremo la politica, la storia, la pace. Il miracolo è pronto.

Credeteci. Siamo le donne che trasformeranno il mondo.

* In Cassandra non abita più qui, Maria Nadotti intervista Robin Morgan, Edizioni La Tartaruga, Milano, 1996. “Credo di una donna” è il frutto dei lavori svolti dal Women’s Global Strategies Meeting (29 novembre – 2 dicembre 1994). È stato scritto da Robin Morgan, in collaborazione con Perdita Huston, Sunetra Puri, Mahnaz Afkhami, Diane Faulkner, Corrine Kumar, Simla Wali, Paola Melchiari.

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