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Chiusure, tra i 50 ristoratori sotto Regione Lombardia anche due comaschi: “Siamo stremati”

Stefano Neri e il suo socio Nicola Ostinelli, proprietari del ristorante 'Il diavolo e l'acqua santa' di Como, erano presenti a Milano.

Chiusure, tra i 50 ristoratori sotto Regione Lombardia anche due comaschi: “Siamo stremati”
Economia Como città, 09 Marzo 2021 ore 14:36

“Siamo stanchi e stremati”. Lo ripetono quasi come un mantra i ristoratori lombardi, circa una cinquantina, riunitisi questa mattina, martedì 9 marzo 2021, per protesta sotto la Regione Lombardia. Si rivolgono al governatore Attilio Fontana, ma non solo, anche ai sindaci delle città e al nuovo premier Mario Draghi.

Chiusure, tra i 50 ristoratori sotto Regione Lombardia anche un comasco

“Siamo al terzo mese del 2021 e mancano ancora I ristori del 2020- spiega all’agenzia Dire Alfredo Zini, storico ristoratore milanese – vogliamo sapere come richiederli, visto che ci sarà una piattaforma nuova. Questa cosa ci preoccupa”. Non solo sostegni economici ma anche riforme strutturali, “come una moratoria della legge Bersani sulle prossime aperture”, spiega Zini, e intensificando magari “i controlli sul territorio, visto che stiamo assistendo a un crescente abusivismo di Stato”.

In troppi, per il ristoratore “entrano sul mercato senza rispettare le regole, mettendo in difficoltà tutto il mondo dei pubblici esercizi”. Servono dunque “più sanzioni”, e dato che “cinque giorni di chiusura non bastano”, tutti quanti “si devono far carico delle proprie responsabilità nel far rispettare le regole”.

Molti dei manifestanti arrivano non solo da Milano, ma da varie parti della Regione. Come Stefano Neri e il suo socio Nicola Ostinelli, proprietari del ristorante ‘Il diavolo e l’acqua santa’ di Como: “Facciamo parte delle oltre 3mila aziende italiane ‘esodate’- spiega Neri- dopo 23 anni di attività abbiamo deciso di ristrutturare il locale tra marzo e agosto 2019. E così, avendo fatturato zero incassi, non sono arrivati ristori. A un anno dal lockdown non ci hanno dato niente. E le tasse le continuiamo a pagare”.

C’e’ anche chi punta il dito contro il settore del delivery, come Eranda Feka, gestore del ristorante ‘Borsieri’ nel quartiere milanese di Isola: “Ci portano via il 35% degli incassi- attacca- così nemmeno fare l’asporto ci conviene”. Tornando alle tasse, “nel 2019 siamo stati chiusi per cinque mesi, e in altri due abbiamo lavorato per metà giornata. Ci hanno ridotto la Tari solamente del 10%. Io che mediamente pagavo circa 2.400 euro quest’anno ho sborsato 2.100 euro, e non e’ giusto visto che ho prodotto la meta’ dei rifiuti”. Per non parlare poi delle spese da sostenere per i trasporti: “Ho bollette mensili da 1.000 al mese con un ristorante piccolo, di 100 mq. Figuriamoci chi ne ha uno più grande”, conclude la ristoratrice. Tipo la sua collega Giovanna, alla quale sono arrivati “quasi 9.000 euro di Tari”.

Stamattina in piazza Città di Lombardia, molte persone venivano dalla Brianza, come Salvatore Bongiovanni, titolare dello Shaker Club Cafe’ di Seregno: “Ho perso il 65% del fatturato nel 2020, e di aiuti e’ arrivato poco e niente- dice- siamo trattati come interruttori, con un ‘apri e chiudi’ costante”. Una schizofrenia nelle decisioni “che fa male a livello economico ma anche psicologico”. Non ce la fa più nemmeno un altro suo collega brianzolo, Emiliano Gallina, che gestisce nel paese di Ceriano Laghetto il suo ‘Alter Ego Bistrot’: “Questa e’ una storia molto triste – confessa – nell’ultimo anno ho lavorato solo cinque mesi, gli altri otto li ho passati a casa a leccarmi le ferite, obbligato a non lavorare”.

La tassazione, “nonostante viviamo in un piccolo comune”, e’ comunque “molto elevata”, ma le problematiche maggiori “le abbiamo nei costi che abbiamo per mantenere il locale, dalle attività agli affitti fino alle utenze e alle forniture che abbiamo richiesto per poter lavorare senza sapere che poi ci avrebbero chiuso di nuovo dalla sera alla mattina”. E c’è chi non riesce a capire come alcuni locali possano restare con la serranda abbassata, mentre altri no: “Gli autogrill ad esempio, perchè sono aperti?”, si chiede un ristoratore di Monza.

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