La stimolazione magnetica transcranica è già impiegata per alcune forme di depressione, ma da tempo, ormai, è studiata come supporto durante un trattamento per la dipendenza patologica. Una particolare attenzione è stata data al craving, ovvero il desiderio intenso di tornare a consumare una sostanza, oppure, per esempio, giocare d’azzardo.
Che cos’è la stimolazione magnetica transcranica
La stimolazione magnetica transcranica, o TMS, agisce dall’esterno. Una bobina posizionata sul capo genera impulsi magnetici che attraversano il cranio e inducono una piccola corrente nella corteccia cerebrale. La procedura non richiede incisioni né anestesia. Dopo il trattamento, che si svolge in ambulatorio, la persona è libera di riprendere le proprie attività. Possono però comparire fastidio nella zona stimolata o mal di testa: anche per questo, prima di iniziare, è necessaria una valutazione specialistica. Negli impieghi clinici si utilizza soprattutto la rTMS, la stimolazione magnetica transcranica ripetitiva. Gli impulsi vengono erogati in sequenza, nel corso di più sedute. Area da stimolare, intensità e frequenza cambiano in base al protocollo.
Dalla depressione resistente alle dipendenze
La depressione resistente, che risponde poco ai trattamenti farmacologici, è stata tra i primi ambiti in cui la rTMS ha trovato un impiego clinico definito. I ricercatori hanno poi iniziato a studiarla in altre condizioni, tra cui le dipendenze. La ricerca si concentra in particolare sui circuiti coinvolti nel craving e nel controllo degli impulsi, per capire come la stimolazione possa affiancare gli altri interventi di cura.
Il craving come bersaglio della neuromodulazione
Chi ha interrotto il consumo di una sostanza può avvertire ancora una forte spinta a cercarla. Torniamo alla parola usata poco fa, ovvero craving: un desiderio intenso, che può presentarsi anche nel gioco d’azzardo e che, insieme ad altri fattori, può favorire una ricaduta. Tra le aree studiate per intervenire su questo fenomeno c’è la corteccia prefrontale, coinvolta nella regolazione del comportamento e nel controllo degli impulsi. La stimolazione di queste aree mira a modulare il craving e può rappresentare un supporto nel trattamento delle dipendenze.
Stimolazione magnetica transcranica per le dipendenze: cosa emerge dagli studi
Gli studi sulla rTMS nelle dipendenze hanno osservato risultati incoraggianti, soprattutto nella gestione del craving. Una parte delle ricerche riguarda la cocaina, ma l’interesse si è esteso anche ad altre sostanze e al gioco d’azzardo. I risultati variano in base alla condizione studiata e alle modalità di stimolazione: è anche da questo confronto che stanno emergendo indicazioni sempre più precise sull’uso della tecnica. All’Istituto Europeo delle Dipendenze (IEuD), la stimolazione magnetica transcranica per le dipendenze viene proposta dopo una valutazione specialistica, come possibile componente di un trattamento personalizzato. Il lavoro sul craving si affianca così agli altri interventi individuati dall’équipe, tenendo conto della storia clinica e delle esigenze della persona.
Su quali dipendenze si è concentrata la ricerca
Diversi gruppi di ricerca si sono concentrati sulla cocaina, spesso presente nella letteratura sulla rTMS, e hanno studiato la stimolazione della corteccia prefrontale, osservando soprattutto il craving e, in alcuni casi, il consumo nel periodo successivo al trattamento. Un altro campo di studio è l’alcol: il desiderio di bere può farsi sentire anche dopo l’interruzione del consumo, e i ricercatori valutano se la stimolazione possa aiutare a gestirlo. Per la nicotina, l’attenzione si è concentrata sul desiderio di fumare durante i tentativi di smettere. Essendo situazioni profondamente diverse tra loro, richiedono protocolli e obiettivi clinici da valutare separatamente. La ricerca si è spinta anche oltre le sostanze, fino al disturbo da gioco d’azzardo, con particolare interesse sia sul desiderio di giocare quanto sui processi coinvolti nel controllo del comportamento.
I limiti che la ricerca non ha ancora superato
I risultati raccolti finora hanno aperto possibilità concrete di studio. Per capire meglio a chi proporre la TMS e con quali modalità, però, servono ricerche più ampie: molti lavori hanno coinvolto poche persone e un campione ridotto rende più difficile capire se un risultato possa valere anche per altri pazienti. Dobbiamo poi considerare che gli studi della letteratura in merito non usano sempre lo stesso protocollo. Possono cambiare l’area cerebrale stimolata, la frequenza degli impulsi e il numero delle sedute. In ultimo, anche se rimane un elemento altrettanto importante, consideriamo l’osservazione: cosa è accaduto dopo il trattamento? Una riduzione del craving osservata nelle prime settimane è un’informazione utile; seguirne l’andamento nei mesi successivi permette di capire meglio la durata del beneficio e l’eventuale necessità di altri interventi. Quindi, al momento, la ricerca si sta concentrando su campioni più grandi, protocolli confrontabili e follow-up più lunghi.
Perché la TMS non sostituisce la psicoterapia
Immaginiamo una persona che avverte meno intensamente il desiderio di consumare una sostanza, ma torna ogni sera nelle situazioni in cui era abituata a cercarla. Il craving è un aspetto importante della dipendenza; affrontare anche le abitudini, le difficoltà e le relazioni che accompagnano il consumo richiede necessariamente di iniziare un percorso più ampio. Ed è per questo che la TMS e la psicoterapia trovano spesso posto nello stesso trattamento. La stimolazione viene studiata soprattutto per il suo possibile contributo nella gestione del craving. Il lavoro psicoterapeutico aiuta invece la persona a riconoscere ciò che alimenta il comportamento e a costruire modi diversi di affrontare le situazioni. A seconda del caso, possono essere necessari anche interventi medici o un sostegno rivolto alla famiglia. La scelta parte sempre da una valutazione specialistica. Se indicata, la TMS si inserisce accanto agli altri strumenti di cura, con obiettivi concordati e verifiche nel tempo.