Tragedia Como una settimana dopo: la città ricomincia ma non dimenticherà

Dalla parole della madre alla domanda che la città continuerà a farsi per molto tempo: "Si poteva fare di più?".

Tragedia Como una settimana dopo: la città ricomincia ma non dimenticherà
27 Ottobre 2017 ore 08:16

Tragedia Como. “Siamo in via Per Fossano, sta bruciando un appartamento”. Erano da poco passate le 8 di venerdì 20 ottobre e diverse chiamate, fatte da alcuni vicini di casa, davano l’allarme ai Vigili del fuoco.

Tragedia Como, l’ultimo addio

Ieri, all’interno della basilica del Crocifisso, la città ha dato l’ultimo addio ai quattro sfortunatissimi bambini che hanno trovato la morte per mano della disperazione del padre. Saphiria Sahar, Soraya, Sophia e Siff. Nomi e volti che difficilmente i comaschi riusciranno a togliersi dalla testa in breve tempo.

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La commozione

Ai funerali hanno partecipato tante figure istituzionali. C’era il sindaco Mario Landriscina. Con lui il prefetto Bruno Corda il vicesindaco e assessore ai servizi sociali Alessandra Locatelli e diversi assessori e consiglieri della maggioranza. E ancora, Elena Negretti, assessore alla Protezione Civile, Adriano Caldara, assessore al Bilancio, Francesco Pettignano, assessore al Patrimonio, Marco Galli, assessore allo Sport. Non è mancata neppure la rappresentanza della direttrice dei servizi sociali comaschi, Franca Gualdoni. Ma soprattutto c’erano i comaschi, la gente comune. Tanti che nemmeno conoscevano la famiglia Haitot ma che hanno partecipato ad un lutto che sentivano quasi loro.

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La mamma

Ha chiesto di non entrare all’interno della chiesa con le telecamere. Ha voluto provare a spegnare i riflettori che suo malgrado le si sono accesi intorno. Ieri si è fatta forza, ma dovrà continuare a farsela per tutto il proseguo della vita. Ha parlato del pulpito, in lacrime: “Grazie ai medici che si stanno prendendo cura di me. E – rivolgendosi ai tanti genitori dei compagni di classe dei suoi bimbi – Dio benedica i vostri figli”. Poche parole che sono bastate a far sentire a tutti i presenti il peso del fardello che le è stato imposto. Troppo dolore per un solo cuore.

Si poteva evitare?

Ce lo siamo chiesti tutti, se lo sono chiesti con voce ancora più forte coloro che sono stati vicini alla famiglia. A dirlo ad alta voce, ieri, è stato monsignor Carlo Calori che ha aperto la cerimonia. “Questi bimbi, – ha continuato il sacerdote – con il loro dramma, hanno svegliato la coscienza di tutti noi. Ognuno deve essere responsabile dei suoi fratelli e camminare insieme”.

In che cosa abbiamo sbagliato?

Magari un’amica di famiglia o una conoscente avrebbe potuto agire in modo diverso. O sarebbe bastato che la donna di Monza, a cui il marocchino aveva annunciato la strage, avesse letto il messaggio prima che tutto fosse già deciso. Gli assistenti sociali avrebbero potuto pronunciare una parola diversa per provare a salvare Faycal dal suo intento. Ma trovare l’errore, posto che ci sia, in questo contesto diventa quasi un’inutile ricerca. La battaglia è già stata persa. E abbiamo perso tutti, anche se non abbiamo sbagliato in prima persona.

Como non dimentica

“Ogni mattina questa tragedia è il mio primo pensiero”. Lo sussurrava sul sagrato della chiesa una donna rivolgendosi ad un’amica. Sconvolta, con le lacrime agli occhi. Come lei non dimenticheranno nemmeno i tanti bambini che ieri hanno salutato i loro amici rinchiusi in quattro bare bianche. I volti rigati delle lacrime e le mani strette l’un l’altro. Como non dimentica e si abbraccia forte. Riparte da qui. Toglie il lutto ma continua a vivere il ricordo. E prova a fare meglio, per cercare di salvare qualche altro fratello.

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